Gli sguardi e il tempo degli estremi. Il grechetto “Esimio” 2018 – Cantina Rialto


La cosa che più mi rimarrà impressa di questi giorni insoliti credo saranno gli sguardi. Gli sguardi della poca gente per strada, di quando ti avvicini e il sospetto, la diffidenza, li riempie. Sguardi di timore, misto di scusa, come a dirti “mi spiace, vorrei anche abbracciarti, ma non posso”. Sguardi di persone in videochiamata, che non sanno dove guardare e tutti sembriamo strabici. Sguardi di nonne che cercano di usare un’app quando vorrebbero solo tenere in braccio i nipoti. Sguardi fuori dal balcone, unica isola sicura. Sguardi smarriti. Sguardi increduli in una situazione estrema.

Perchè no. Anche sguardi dentro un bicchiere diverso. A volte il vino è talmente aderente a quello che ci succede intorno da sorprenderci. Come se qualcuno sopra di noi avesse deciso che dovevamo bere proprio quella bottiglia, proprio quella sera, proprio lì.

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Bere il vino e degustarlo sono due cose diverse, che molti confondono. La degustazione è un momento silenzioso, interno, intimo, di solitudine, ancora una volta direi estremo. Serve concentrarsi su quello che c’è nel bicchiere e sulle sensazioni che ci dona. Un altro conto è stappare una bella bottiglia a cena con gli amici. Non è una gara fra le due cose, sono semplicemente due cose diverse. Quindi cosa c’è di meglio di un periodo di isolamento forzato per fare un bel discorso da uomo a bicchiere con un soggetto di tale singolarità. Il colore basta da solo e dice (quasi) tutto. Non mi piace la definizione “orange wine” e quindi non la userò, limitandomi a dire che nel calice c’è un grechetto in purezza vinificato con macerazione sulle bucce, udite udite, per 70 giorni. Ora ditemi un pò se estremo non è l’aggettivo giusto. Ogni tanto è bello trovare ancora qualcosa di originale, indipendentemente dal fatto che ci piaccia o meno, e non si può dire che la gamma di vini che Eraldo Dentici produce in quel di Montefalco non lo sia.

Il periodo di ultra macerazione non rimane solo nella bellezza di un colore riservato in genere a vini passiti e liquorosi, ma scarica tutta la sua particolarità in bocca, più che nel naso. Il ventaglio dei profumi un filino inganna, regalando tanto frutto ma anche e soprattutto un effetto vinoso, come se nell’aria della cantina non fosse rimasto più nulla dell’uva pigiata e tutto quello che il frutto aveva da regalare fosse stato estratto, spremuto, tirato, forzato nel vino.

La bocca è, e vorrei vedere, sorprendente. Tannini invadenti e, se non si sta attenti alla temperatura, anche sopra le righe. Acidità residua ce ne è, ma non è sicuramente il suo punto forte. Questo vuole sorprendere, come fosse una Lamborghini con vernice mimetica. Ti piace? Bene. Non ti piace? Benissimo.

Se ci sommiamo poi l’impatto alcolico, rimane sicuramente un vino non semplicissimo da bere soprattutto per chi ci si avvicina alla leggera. Il corpo non gli manca, ma un certo sbilanciamento si nota. Dicono sia un bianco che si comporta come un rosso. Non mi piacciono queste definizioni, ancora una volta, di sicuro bisogna stare attenti a quello che ci si mangia.

Io l’ho provato con dei fegatelli cotti in tegame nel lardo e mi è piaciuto, ma vorrei vederlo alla prova con una bella zuppa di pane e patate come la faceva mia nonna. Dovessi consigliare, io direi di berlo freddissimo, con delle olive in salamoia, a bordo piscina in un aperitivo d’estate. Come dite? C’è già il Martini dry?

Ah, è certificato bio. Chissenefrega.


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