Di due signori russi e dell’Albarola 2016, Colli di Luna DOC – Cantina Lunae


Un signore russo, al tavolo vicino al mio, con la barba a mo’ di treccioline strette e fine imbiancate dalla cinquantina, nemmeno si siede che già ha chiesto un prosecco. La carta dei vini del Salgari, il ristorante del Grand Hotel Savoia di Genova dove sono seduto, non è certo ricchissima, ma ciò non esime dal (quasi) obbligo di virare su un bianco locale. Il menù chiama pesce e, ad ogni modo, la Liguria chiama bianco.

La moglie del signore russo chiede una tagliata di manzo (col prosecco farà faville) e io vedo scendere nel calice, forse un pò troppo largo per i miei gusti, un Colli di Luni Albarola 2016, della Cantina Lunae.

cantine_lunae_vini_1920_albarola

Colli di Luni è una di quelle DOC didattiche, da domanda tranello all’esame del corso AIS, in quanto condivisa fra Toscana e Liguria. Solitamente patria del vermentino, stavolta ci regala un’espressione di un vitigno autoctono ligure, l’Albarola appunto. Conosciuta (forse più, e sottolineo forse) per essere annoverata nella ricetta del più famoso 5 terre Sciacchetrà, l’albarola qui è utilizzata in purezza.

Mentre il signore russo cerca di chiedere una cottura al sangue della sua carne, guardo con un misto di rapito stupore e dubbio il colore del vino che mi si presenta davanti. L’atmosfera vintage della sala nulla concede ai classici parametri “minimi” per una degustazione enologica che si rispetti, e la luce bassa e soffusa temo mi porti fuori strada. Avvicino il calice al piattino di porcellana bianca ove (prima, l’ho mangiato già tutto) c’era il pane e ho solo conferme. Ci pensa anche il solerte maitre il quale, accortosi dell’operazione, si avvicina e mi fa: “Ha visto bene, il colore è proprio quello”.

Quasi servirebbe inventare un ulteriore grado di colore nella scala AIS, tanto il giallo paglierino, per quanto scarico lo si voglia definire, non si addice a questo caso. Se proprio devo parlare di un colore, con la pistola alla testa, dico grigio. E va bene così, perché è questo il primo e unico segno di delicatezza che si avverte, visto che già l’aria è colma degli strabordanti effluvi che fuoriescono dal bicchiere. E’ un mazzo di fiori in una giornata di mietitura, è una linea di gesso su un campo di calcio di provincia, solo in fondo si fa più raffinato e mostra fiori di sambuco e agrumi, freschi.

Una botta non da poco, come si dice a Roma. Un impatto olfattivo rilevante e intenso, per quanto fugace. Mente la signora russa litiga con la cozza che il maitre gli ha offerto per antipasto, cercando in tutti i modi di farla uscire dal guscio senza toccarla con le mani, io assaggio. Mentre la cozza, alla fine, cade inesorabilmente dalla forchetta, io sono già andato via, portato sulle scoscese scogliere liguri da un sorso di un impeto marcato. Durerà poco, ma per quello che dura, rimane nella mente. Un morso di acidità e, soprattutto, sapidità che ricorda, appunto, i vermentini di queste zone (e di longitudini più occidentali, più sarde). Impatto appunto, morso, aggressione. Hype, come dicono gli inglesi, a sottolineare come sia il punto più alto ma come, proprio in quanto culmine, sia destinato a durare poco e a scendere.

Mi rimane il cruccio di (ri)provarlo con piatti meno delicati, perché questa salinità qui, regge ben altro e, anzi, rischia di passare sopra a molti.

 

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