I migliori vini italiani a Frascati con Luca Maroni – Appunti


Nel nuovo (bellissimo) spazio espositivo realizzato dal Comune di Frascati dentro le mura del Valadier, si è appena conclusa una due giorni e mezzo dedicata ai vini laziali, con la massiccia presenza del Consorzio Tutela Denominazione Vini Frascati.

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E’ stata l’occasione per consolidare le mie impressioni sui vini del territorio e per conoscerne di nuovi, vista la presenza anche di aziende extra area Frascati DOC/DOCG, vedi Falesco.

Inizio con la nota dolente così me la tolgo subito. Il Frascati Superiore continua a non impressionarmi. Continua ad andare di alti e bassi, una volta una cantina la volta successiva un’altra, senza mai riuscire a lasciarmi uscire da un assaggio esclamando “oooh, ho trovato il Frascati da tenere sempre in cantina”. E’ andata così anche stavolta, fatte poche eccezioni, fra le quali il (solito) Luna Mater di Fontana Candida, presente però in una versione 2014 molto somigliante a una spremuta di agrumi, con l’acido tartarico in ancora netta evidenza. A leggerci dietro, conferma una bella potenzialità ma, please, ripassare almeno fra dodici mesi dodici.

In mezzo assaggi di Castel de PaolisPrincipe Pallavicini e Valle Vermiglia che sono andati via così, normali. Presente anche Poggio le Volpi con il pluri osannato Donna Luce (qui in assaggio 2013) al quale, come minimo, toglierei il pluri. La critica che, personalmente faccio a questi vini, è quella di essere vini come ce ne sono altri in giro per l’Italia. Per carità, magari ti piacciono, ma insomma beviti un traminer e sai subito da dove viene, beviti un vermentino Oskos di (https://fabiodellamarta.com/2014/03/12/oskos-2012-vermentino-di-gallura-docg-tenuta-lochiri/) e sai subito che stai in Sardegna. Ecco, è questo, e lo dico con molto dispiacere visto anche che ci abito dentro.

Il miglior bianco sul mio taccuino è risultato il Clemens di Casale Marchese, uvaggio di Malvasia e Chardonnay, fuori denominazione Frascati (ta da!). Impatto olfattivo imponente e singolare, marcato netto da zolfo e lieviti, segno tangibile della lunga permanenza sulle fecce. Non uno spettro complesso, ma sicuramente un tratto distintivo che lo rende ottimo in particolare su determinati abbinamenti ben (nel senso di tanto) cucinati. Beva discretamente agile, struttura notevole per un bianco, bella lunghezza.

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Qualche bella espressione sui rossi, fra i quali la fa da padrone il Tellus Syrah di Falesco, semplice e verticale quanto si voglia, ma non si può sempre bere vini mastodontici, come ho trovato invece il suo compagno di cantina Montiano; devo riassaggiarlo, il Montiano, non mi ha fatto una grande impressione. Bel naso, anche se eccessivamente tarato sui terziari, sorso saltellante, poco fluido.

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Ma la palma del miglior assaggio la merita, in assoluto e per distacco, Cantina Silvestri con il suo Silvestri Brut, da uve falanghina e chardonnay vinificate secondo il metodo Charmat. Un perlage notevole e difficilmente riscontrabile in uno Charmat, se vogliamo poco persistente ma, aho, beviti un metodo classico. Bella bocca nervosa, scattante. Da bere sicuramente giovane, questo va via a secchi e forse mette d’accordo gli amanti del prosecco con i fedelissimi del metodo classico.

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