Una mattinata con Roberto #Pusole


Penso ci siano cose che valga la pena fare e persone che valga la pena conoscere. Prima che …. (ognuno scelga prima di che cosa). Penso a queste cose mentre la macchina che ho noleggiato in aeroporto mi conduce lungo la Strada Statale 125 Orientale Sarda, direzione Lotzorai, Ogliastra. Queste strade, sin dalla prima volta che le ho percorse, mi è piaciuto farle con i finestrini abbassati, inalando, in un estremo tentativo di non perdermi nulla di questa terra che mi è entrata dentro come un pugnale nella carne. Alcuni dicono sia per il mare, quasi tutti pensano sia per il vino, chi mi conosce meglio è convinto sia per le persone. Io credo sia per tutto questo e per l’alchimia che ne nasce, per quel senso di definitivo che provo quando sono qui. Non trovo altri termini per spiegarlo. Non ho mai amato la mia città (ammesso qualcuno riesca a dirmi quale sia), ma questo non ha per niente l’aria di essere il tradimento di una botta e via. Non è la mia solita via di fuga, è una via.

Roberto Pusole è un vignaiolo, uno che ha studiato e ha poi deciso di mettere a frutto la sua competenza insieme alla sua grande passione qui, nella sua terra, a casa sua. Dove suo padre e sua madre gli hanno insegnato l’amore per questo scrigno, quell’amore che lui ora sta cercando di restituire. Due giorni fa, mentre ci accordavamo per incontrarci, mi scrive un messaggio su whatsapp e prima di salutarmi in lingua sarda (“a giobia” cioè, “a giovedì”) digita: “vediamoci di mattina, preferisco, vorrei farti vedere le vigne con calma”. Capito? Non è solo questione di massima disponibilità umana, quanto di voglia di parlare di quello in cui si crede. A chi poi, a uno semplicemente appassionato, mica uno di una guida o una rivista. Non vedo l’ora di conoscerlo.

Prima di Roberto ho conosciuto il suo vino, assaggiato durante il corso AIS. Poi sono nati scambi di battute sui social network, soprattutto da quando ho iniziato a frequentare la Sardegna e a scriverne regolarmente. Tante volte mi ha invitato ad andarlo a trovare, tante volte non ce l’ho fatta per un soffio finché mi sono detto: andiamo, rischiamo di non farlo mai altrimenti.

Ed eccomi qui allora, in un limpido giovedì mattina rubato disegnato con i soliti quattro colori sulla tavolozza del sud-est sardo. Sul sedile la giacca abbandonata per il caldo sole di metà ottobre mentre in tutto il resto d’Italia piove e il cellulare. Tag, tracce digitali, spero di perdermi.

Quando lo vedo ci salutiamo come due amici che si ritrovano dopo un lungo tempo. Non c’è barriera, lui è desideroso di raccontarmi, io di ascoltarlo. Ma anche io racconto di come la penso, di come vedo il vino e lui ascolta. E mi chiede: fammi le critiche. Lascio la macchina in un parcheggio per salire sulla sua e lasciarmi condurre attraverso le sue vigne. Non è una passeggiata fatta per mostrare delle proprietà, è un racconto spontaneo di un sogno e una vita, una filosofia. Dopo gli studi enologici ad Alba e l’esperienza accumulata nelle vendemmie presso Conterno Fantino, Roberto se ne è infischiato di tutti quelli che lo prendevano per pazzo e con la sua famiglia (conduce vigna e cantina soprattutto insieme al fratello) ha iniziato questa avventura, qui, in un fazzoletto di terra che invece molti abbandonano.

Qui, mi dice mentre guarda la cresta di calcare che segna l’inizio del Supramonte, negli anni sessanta era pieno di vigne, ora guarda qui invece. E indica un vecchio impianto ad alberello sommerso da arbusti e invaso dalla vegetazione, segno di abbandono e fuga da qui. Ma la Sardegna è terra di contrasti, e quindi poche centinaia di metri più avanti, fra fichi d’india e finocchio selvatico, sorge il nuovo impianto dell’Azienda Pusole. 3,5 ettari vitati a cannonau che da quest’anno ha iniziato a dare i primi frutti. “Abbiamo comprato questo terreno perché qui è perfetto per il cannonau. E’ un vecchio deposito alluvionale, vedi laggiù il letto del fiume. E qui in Ogliastra il cannonau vuole sassi e sabbia. Punto”. Risaliamo in macchina in direzione della vigna ove ha impiantato il vermentino “perché avevo questo terreno, guarda qui che c’è il granito rosa mica il calcare e ho deciso di fare vermentino in ogliastra. In gallura (terra di elezione del vermentino DOCG) il granito è caratteristico. Poi lo assaggi e mi dirai”. Impianti rigorosamente ad alberello perché “quando fai un bianco c’è una cosa che devi preservare, è l’acidità”. Per la serie, pianto quell’uva qui SOLO perché il terreno è fatto in un certo modo. Punto. Chiaro?

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Ci trasferiamo in cantina, dentro un locale sotto casa Pusole. “Assaggia sempre dalla vasca se vuoi scoprire come diventerà un vino”. E’ solo un’altra delle gocce di sapienza che escono dalla bocca di questo ragazzo. Il quale non smette mai di criticare l’immobilismo dei suoi conterranei, che “invece di costruire cantine o pensare a nuove DOC, dovrebbero prima fare il vino”. Chapeau. In fondo a questo post troppo lungo e troppo corto, un flash sui vini assaggiati.

E’ stata una lunga giornata, è stata una meravigliosa giornata. Non ho visitato solo un amico, un produttore di vino che stimo. Ho conosciuto un amore arcaico per le proprie origini, sono entrato ancora più nel cuore di una regione che non smette un attimo di conquistare. Mi torna in mente un tweet di un utente twitter (la sardità non si può spiegare, si può solo sentire).

Torno a casa con la sensazione di essere una felpa con la zip rotta, che sei convinto di chiuderla e invece ti rimane aperta.

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Pusole 2015. cannonau, campione da vasca. Riconoscibile il timbro della fabbrica “Pusole” nonostante debba ancora e giustamente assestarsi. Alcool tenuto come sempre a bada, frutto rosso e grafite, molto giocato sulle durezze ove la sapidità gioca un ruolo importante. Finissimo, molto elegante. Culurgionis di patate.

Sa Scala 2015. cannonau del cru Sa Scala (vigne di circa 50 anni), campione da vasca. A molti non piace e per me rimane un mistero inestricabile. Non nascondo la mia predilezione per i frutti di questa vigna. Più grasso del Pusole, per quanto grasso possa essere definito un vino di Roberto. Più largo, materico, a saper resistere sarebbe bello dimenticarlo in cantina. Anzi, sarebbe bello riscoprirlo un giorno in cantina dopo averlo dimenticato. Porcettu sardo.

Vermentino 2015, campione da vasca. Non so quanti abbiano avuto il privilegio di assaggiarlo, dovrebbe uscire nel 2016. Profumi elegantissimi ma invadenti, nel senso che appena esce dalla vasca invadono naso e tutto quello che gli sta intorno. Estremo nitore, come taglio di lama. Erbe aromatiche, rosmarino, agrumi, pietra focaia. Sorso che si preannuncia come deve essere un vino bianco che nasce su questo suolo, quindi vivace, così minerale da sembrare frizzante, tanto tanto agrume. Anche discretamente lungo. Fa 4 giorni di macerazione con le bucce altrimenti, dice Roberto, ma come parte la fermentazione spontanea? Quando sarà ora, spaghetti con le vongole ma anche carni bianche.

Cannonau bianco 2015, campione da vasca. Vitigno autoctono frutto di un incrocio di semi di cannonau con qualche altro vitigno a bacca bianca. Da queste parti lo chiamano cannonau bianco, ne porta anche le stesse foglie. 10 giorni di maturazione sulle bucce e qua si sente tutto il loro peso. Non trovo termini di paragone, è qualcosa che non ho mai assaggiato prima. Profilo aromatico simile a quello del vermentino in termini di complessità e componenti della ricetta, ma meno pulizia e precisione. Impatto volumetrico, al contrario, imbarazzante sia al naso che in bocca. Entra orizzontale in bocca, quasi fosse troppo grosso per entrare dalla porta. Ma una volta entrato ci rimane bene, comodo. Da seguire nella sua evoluzione, questo qua potrebbe venir fuori uno di quei bianchi col botto. Quando sarà ora, da abbinare con la bottarga, ma promette di reggere ben altro.

Rosato di Pusole 2015, campione da vasca. Il vino più immediato fra tutti, forse anche il più semplice. Colore straordinario, naso immediato e invitante. Sapidità devastante, beva incontrollabile. Perfetto per i salumi, magari quelli di razza sarda prodotti dall’Azienda Pusole. Se lo apri freddo, come aperitivo, assicurati di averne un altro per il pasto.

Pusole 2014, bottiglia. Mi ricorda il Pusole dell’esordio, millesimo 2012. Stessa annata calda che aiuta a sfumare un vino, come detto, che ha nelle durezze il suo tratto tipico e, se vogliamo, ricercato. A me era stra piaciuto anche il 2013, ma qui torniamo a livello degli elogi massimi di quando fu scoperto.

Rosato di Pusole 2014, bottiglia. Il colore dimostra di saper tenere, esaltato per di più da una bottiglia perfetta nella sua semplicità e trasparenza. Non noto esagerati cali di freschezza rispetto all’assaggio 2015 da vasca, ma è comunque un vino da bere adesso. Senza starci troppo a pensare, è questo il suo principale pregio.

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Una risposta a "Una mattinata con Roberto #Pusole"

  1. Solo ora mi accorgo di questo bellissimo racconto.
    Credo sia uno dei più reali crudi ed appassionati letti finora.
    Grazie da parte di tutti

    Mi piace

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