Io a quarant’anni e i Sodi di San Niccolò a sette


Io, a quarant’anni.

Nel giorno in cui il quattro e lo zero campeggiano sulla torta esattamente nell’ordine con cui lo scrivo, viene sin troppo facile pensare, che spesso mi tocca fermare le parole tanto mi escono rapide. Non mi piacciono i bilanci, e non è né il tempo né tanto meno il luogo per farli. E’ solo che, per pura coincidenza o almeno così mi piace pensare, si accavallano un numero tondo sulla carta di identità e una rinnovata attività (tormento?) interiore. E’ che ho un buco dentro, che la mia famiglia, il mio cannonau preferito, un gol della Juve, un Toscano Originale, Cala Sinzias, una palla a forma di ovale, qualche amico, una meringa ripiena di panna, la moto in garage, provano a riempire nonostante me. Nonostante questa mia inquietudine fedele che mi disegna con il colore bianco e che si vede solo se la evidenzi passandoci sopra con il mouse.

Sono strano, continuamente tentando di allontanarmi dal comune, e dall’immagine che gli altri si fanno di me o che se ne sono fatti venti anni fa e che continuano a portarsi dietro, ripiegata dentro il portafogli come un santino. Sempre a combattere contro la normalità, contro il così ci hanno detto che si deve essere e così si fa. Sto diventando molto meno diplomatico, meno buonista, più sincero sicuramente, meno forma, meno ‘è tutto bello, tutto fico’.

Sono sempre stato quello che molla tutto e parte e non quello che lo sogna, lo scrive, se lo imposta come stato su WhatsApp, e poi la mattina dopo sale sulla metro e ricomincia. Odio la metro. Sono quello che apre il chiringuito e non quello che scrive su Facebook di volerlo fare, ma prima controlla su wikipedia per essere sicuro che sia quello che pensa, che si costruisca su una spiaggia e non dentro un centro commerciale.

Sono quello che ama il vino ma non ama i fighetti del vino, quelli che lo bevono e ne parlano per moda. Sono quello che beve il vino nel calice di cristallo quando ha un barolo davanti e uno che non si intimorisce a farlo vicino a me. Ma sono anche quello a cui piace bere il barolo freddo, dentro un bicchiere di plastica, se con me c’è una persona che per lei il vino è come l’aranciata. Il vino è il contorno, non l’essenza.

E tutto questo complica la vita, la rende forse più divertente, ma la complica, a me e forse soprattutto a chi mi sta più vicino. Per questo, gli auguri più grandi sono per mia moglie e i miei grandi bimbi, che mi ancorano ogni giorno a terra, non come un peso ma come una certezza, che comprendono il mio essere e, non dico lo apprezzano, ma provano a conviverci. A loro che sono troppo piccoli per capire ma già abbastanza grandi per soffrire dei miei errori. A lei che è troppo giovane per pensarci ma già abbastanza grande per permettere al tempo di scorrere troppo. Gli auguri sono per loro che sanno e temono che, prima o poi, qualche altra cosa succederà, cioè la farò succedere. A loro non posso dire che non succederà, sarebbe una bugia, dico solo che so a chi devo pensare quando succederà. È forse questa la saggezza dei quaranta anni.

I Sodi di San Niccolò, a sette anni

Ma torniamo seri, tutte ste seghe mentali le ho zittite con un vino non comune, più giovane di me di anni 33. A riempire il buco, oggi, è il turno dei Sodi di San Niccolò, millesimo 2008, Domini Castellare di Castellina in Chianti. Blend 85/15 di sangiovese e malvasia nera, un supertuscan della seconda ora dunque (PS. per coloro che ancora credono all’equazione DOCG = vino buono, pregasi leggere in etichetta le parole ‘Indicazione Geografica Tipica’).

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Tutti si affollano in questi giorni, sulle guide, a dare grappoli, viti, tralci, stelline, punteggi, tric-trac e bombe a mano; così mi faccio trascinare e assegno a questo vino il massimo del punteggio che posso, ovvero 5 pezzi di coda alla vaccinara (PS. insieme, peraltro, stanno una favola).

Lo ricordavo nella sua versione anno del Signore 2011 e devo dire che questo non regge il paragone, nel senso che non sembra riesca mai a raggiungere quei picchi se non in alcuni tratti del suo sviluppo. Paga forse un’annata non stratosferica, la 2008, che non sta dietro la 2011 ma ci consegna comunque un vino non da tutti i giorni.

Stenta ad aprirsi, tanto che le rotazioni del bicchiere rischiano di assumere frequenze e velocità tali da modificare la curvatura spazio-tempo. Gli serve, appunto, molto tempo e poi sprigiona quell’eleganza olfattiva che tanto mi aveva colpito, quel bel succo pieno e fresco di frutta e quella spezia dolce. Un sorso pieno e croccante, mai opulento e sfatto, ma di una tensione costante ricca di ficcante acidità. Lunghissimo, buonissimo, carissimo.

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4 thoughts on “Io a quarant’anni e i Sodi di San Niccolò a sette

  1. Sei un mito! lo sai che la vita è di chi impazzisce solidamente a 40 anni? Alla fine della tua voglia di vita ne beneficeranno anche quelli che credi che ti sopportano e ti tengono ancorato a terra (servono proprio per evitare che parti e vai troppo lontano, ma tu servi loro perché senza te non vivono o si ammosciano)…
    perchè il mondo sta cambiando e tu fai parte dei ribelli a ciò che di falso ci hanno insegnato o solo non avevamo ancora capito… non c’è fretta! tutto arriva quando deve arrivare…
    …l’alcol fa bene come vedi, se intorno c’è un buon vino meglio 😉

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