Sardinia is not Italy


Escludendo la storia delle basi militari, complessa e interessante forse quanto il vino, questa scritta buttata lì, su un muro sotto il bastione di Saint Remy a Cagliari, ha finito per passare dal mio telefono alla mia testa. Per restarci. Sardinia is not Italy. E’ vero.

Da molto tempo mi frulla questa idea di un post summa della mia esperienza in Sardegna, e dei suoi vini certo, ma non solo. Forse è arrivato il momento di scrivere quello che mi ha regalato, con tutto il rispetto del quale sono capace.

IMG_20141022_090421La Sardegna è un’isola, non nel senso di come la intendiamo noi del continente, isolata, chiusa, cocciuta. La Sardegna è un’isola, nel senso di come la intendono coloro che la abitano, una madre, uno scrigno di storia ed essenza, una prova mai ripetuta, DNA. Sardinia is not Italy. Non è una terra di dominatori, piuttosto lo è di dominati, con la sua stessa bandiera recante l’effigie di quegli stranieri che per secoli li hanno impauriti, cacciati, spinti nell’interno più recondito dell’isola. Mi sento chiedere spesso: ma il pesce, in Sardegna, non va più di moda? Il pesce in Sardegna non è mai stato il piatto tipico, questa è gente di terra e di montagna, rifugiatasi negli anni sulle vette e nell’interno per timore dell’equazione costa-pericolo. Quindi carne e formaggio, soprattutto. Gastronomia povera, rude e saporita. Mi aspetto di trovare questo anche nei vini. In questa bandiera c’è molto del popolo sardo, c’è una loro diffidenza intrinseca, unita al loro volersi portare dentro tutto il passato, perché quello stesso passato li ha resi così come sono.

Di Sardegna ne esistono due. Una, al nord, più “occidentalizzata” (non me ne vogliano), più smussata e soffusa, più abitata, più conosciuta, meno Sardegna forse. Una al Sud, eccezion fatta per Cagliari, più rude, tagliente, accecante, sconosciuta: qui spariscono i toni pastello e regnano i contrasti forti, si perdono le sfumature e aumenta la saturazione, prendi cinque colori e ci fai tutto. Prendi cinque colori e non serve altro.

bandiera-sardegna

Sardinia is not Italy, nemmeno (ma forse sarebbe meglio dire ‘a maggior ragione’) per il vino. Dovrei riprendere la teoria della deriva dei continenti, forse chiedo a mio figlio che faccio prima, ma ho la netta sensazione che la Sardegna sia più un pezzo di Europa (Francia, Spagna) che un pezzo di Italia. Grenache/garnatxa non sono altro che termini francesi/spagnoli per indicare il cannonau, cosa significhi carignan è anche banale ricordarlo (peraltro è il nome di un comune francese). ll resto è una straordinaria lista di vitigni, molti dei quali autoctoni, che ha pochi paragoni in altre regioni italiane: vermentino, bovale, monica, cagnulari, moscato, vernaccia, nasco, malvasia, nuragus, nieddera, perfino un nebbiolo regala della dominazione savoiarda.

Inizio con la prima cosa che la mia esperienza mi dice: fatto salvo per alcuni cannonau di moderna interpretazione (laddove, evidentemente in questo caso, moderna ha il significato di tradizionale i.e. come una volta…qualcuno ieri mi suggeriva, giustamente, postmoderno), il carignano esprime in generale maggior tipicità, nel senso che riesco meglio ad identificarlo con il suo territorio. Ogni assaggio è come una cartolina. da origine ai vini rossi più marini dell’isola, la vicinanza del mare e gli schiaffi del maestrale si fanno sentire eccome. E’ di una sapidità lunga eppur soffusa, con finali interessanti di note vagamente amaricanti che virano sulla china e sulla carruba nelle versioni Riserva. Sono in genere vini ai quali il terreno misto sabbia argilla del Sulcis regala morbidezze che sposano perfettamente la durezza sapida di cui sopra. Nelle annate giovani, da queste parti lo abbinano, a ragione, anche a particolari tagli di tonno.

Quello sul mio pensiero di cannonau è un discorso lungo, cerco di riassumerlo in poche parole. Finché non si provano quelli di nuova, o meglio rinnovata, concezione, si pensa a loro come vini possenti in alcol, tanto più che sono scarichi di colore e a volte di corpo, non estremamente profumati, troppo spesso legnosi. Poi ti imbatti in Ogliastra e nel Medio Campidano, al limite fino a Orgosolo, perché è inutile girarci intorno, quelli nuovi qui li ho trovati, e gira tutto. Da queste parti, a due passi da spiagge meravigliose sconosciute ai frequentatori del Nord occidentalizzato, la terra si alza e il blu lascia spazio prima al verde della macchia mediterranea e poi al giallo della roccia. Capita ancora, che girando in questi posti che are not Italy, ti sembra di arrivare in una specie di Monument Valley, che da queste parti chiamano i Tacchi dell’Ogliastra. Concrezioni di roccia che spuntano così, fra un mare di arbusti di mirto, rosmarino e una misticanza di erbe aromatiche della serie ‘nemmeno in erboristeria con il naso nei vasi ho mai sentito questo profumo’. Ecco, il vino che fanno da queste parti, di questo deve sapere. Del frutto, del giallo e bianco della roccia, del verde delle erbe. Il tutto scolpito dalla escursione termica che le maggiori altitudini regalano e scaldato dal mare che, comunque, dista venti o trenta chilometri in linea d’aria. è un vino reale e non costruito, come la gente di qui, che ancora lavora non sapendo cosa siano industria e, soprattutto, terziario. E lo scrivo come un pregio. Legno uguale a zero in termini di percezione, profumi fragranti, beva a volte spigolosa ma invitante al secondo sorso. Li bevi, e sei lì.

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Sui rossi chiudo con eccellenti complementari, come il bovale a tipicizzare il syrah in una splendida interpretazione della cantina Pala. Per questo non basterebbe un post intero, tanto è vasto l’insieme di combinazioni che possiamo incontrare girando per le innumerevoli cantine, spesso piccole, a volte cooperative.

Tra i bianchi il vermentino gioca ovviamente un ruolo da protagonista, ma soffre di un problema per certi versi simile a quello del cannonau. Tutti fanno vermentino, trovare vermentino buono non è immediato. I migliori hanno, a mio avviso, discreti profumi di frutta bianca fragrante, intense note aromatiche e decisa marcatura di gesso, roccia. Nell’areale della DOCG Gallura, a Nord quindi, quel territorio duro da scavare gli conferisce muscoli che in altre zone spariscono. Molto interessanti alcune versioni di vermentino da uve stramature, che sviluppano una dolcezza perfetta per equilibrare un vino tipologicamente sbilanciato sulle durezze. Ad ogni modo, sono vini che ormai troppo spesso spiccano per muscolatura scarna, sempre per ragioni storiche e commerciali di compiacimento del gusto.
Una delle migliori performance di vermentino continuo però a trovarla in blend 85/15 con la vernaccia di Oristano, altro vitigno a bacca bianca che qui funge da eccellente quanto fondamentale complementare. Danno origine ad un connubio perfetto, incoscienza giovanile ed esuberanza il vermentino, corpo e nerbo la vernaccia. Si trova in giro a meno del prezzo della connessione Internet utilizzata per scrivere questo post, il che mi fa pensare che potevo spendere in altro modo il mio tempo, come dirà qualcuno di voi leggendo. Bevuta in purezza, la vernaccia si presta molto ad abbinamenti impossibili ad altri, come una pasta alla bottarga, esempio. Servita fredda è ottima anche come aperitivo o vino da pasticceria secca speziata.

Degli altri vitigni bianchi il mio palato ricorda una versione con surmaturazione in pianta di uve Nasco, molto piacevole, dove una provvidenziale chiusura americante arriva in soccorso di una solo discreta sapidità a bilanciare il tutto.
La mia testa, invece, ricorda la Malvasia, nella sua DOC Bosa, zona centro occidentale della Sardegna a ridosso della costa. Profumi d’impatto, gusto secco. Per cuori forti, per i maestri dell’abbinamento. Con un aperitivo rinforzato forse da il meglio di se.

Se dovessi riassumere in una parola ciò che cerco in un vino sardo è arcaicità.
Sardinia is not Italy, per merito loro e per colpa nostra.

I migliori assaggi:

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