My personal 2014 Wine Awards


Tempo di fine anno, tempo di classifiche. La mia personale del 2014.

Miglior vino rosso: Aglianico del Taburno Riserva 2008 – D’Erasmo. Sin dall’apertura, ricca di profumi intensi dal primo istante. Ampiezza e pulizia, frutta matura, appena matura con tempo davanti. Poi la bottega, da piccolo, in Umbria: salamoia, pepe, mortadella, tabacco. Alla fine cuoio, cioccolato. Splendido mix di terziari da legno e carattere territoriale. Ma la sua forza è nella dinamica, con una successione temporale dei profumi che ti rapisce e ti porta a continuare ad annusarlo avendo quasi timore di assaggiarlo. E invece l’assaggio non ti tradisce. Pieno, fluido, disteso come pochi. Equilibratissimo, con un tannino di una eleganza rara che emerge più sulla fine. All’inizio ancora ben sostenuto da una certa freschezza residua che ne fa una bottiglia da aprire o, se ce la si fa al contrario mio, tenere ancora un paio di anni in cantina. Coda non lunghissima se vogliamo, ma sbarazzina, direi divertente. Tanto per dare un punteggio AIS, galleggia sui 90 abbondanti. Tanto per dare un giudizio senza parametri, uno di quei vini che ti fa amare il vino e ti toglie qualsiasi dubbio.

Miglior vino bianco: Meursault, Clos de Murger 2012, di Albert Grivault ha avuto quest’anno un solo rivale (che ho messo nella sezione “da tenere sempre in cantina”). Ai massimi livelli lungo tutta la degustazione: naso elegantissimo e complesso, di frutta gialla, petali grossi e grassi, miele, orzo, erbe officinali e qualcosa che mi sfugge ma che mi ricorda la montagna, forse fieno, magari esagero ma un po’ di animale. Sorso saporoso, di piena soddisfazione, finale interminabile e leggermente complesso. Chapeau.

Miglior vino spumante: Ca’ del Bosco Vintage Collection Satèn 2009. Naso classico Franciacorta Satèn, frutta croccante, pizza appena impastata e in piena lievitazione, fiore bianco. Bocca preziosa, una cucchiaiata di mousse, un boccone pieno, masticabile. Elegantissima nota di ananas, il frutto è un po’ più dolce che al naso, poi una piacevolissima e sorprendente firma di nocciola tostata. Poi mi ricordo che ha fatto quattro anni sui lieviti e mi dico: ma quale sorprendente. Il momento giusto per aprirlo, sembra all’apice. Va giù che nemmeno l’acqua dopo la maratona di New York fatta due volte, avanti e indietro, il giorno di ferragosto. Va giù ma non se ne va, rimane in bocca, nel cuore e anche un po’ sull’estratto conto della carta di credito. Ma chissenefrega, ne stappo un’altra..

Sorpresa dell’anno: Pusole 2012. Direttamente da wikipedia, la definizione del Cannonau, come è e non come vorrebbe la moda. Uno che ha i muscoli ma sa portarli, essenza senza esibizionismo. Il cannonau come te lo aspetteresti, la sua innata lascivia, la sua potenza di vino del sud. Nel mezzo però l’eleganza del frutto, frutto croccante di nespola, impreziosito da note balsamiche e di geranio carnoso. Sapidità, nel senso intimo di sapore, da vendere. Finale lungo, magari non precisissimo. Mi piace perché porta nel bicchiere la materia prima dalla quale proviene: il cannonau.

Da tenere sempre in cantina: Karmis, Tenuta Contini. L’ho assaggiato, continuo ad assaggiarlo e continua a confermarsi. La vernaccia rafforza il vermentino e insieme creano un matrimonio perfetto. Riesce ad accompagnarti dall’aperitivo ad un pasto completo, struttura e profumi, durata e picchi. Ci incontreremo spesso. Rapporto qualità prezzo imbarazzante.

Piccoli che saranno grandiFreisa, Langhe DOC 2011 – Tenuta Cavallotto. Presa come la bottiglia di “minor pregio” fra quelle rapite durante il ratto di  Castiglion Falletto, mi fulmina. Ha un futuro davanti che la chiusura tannica ancora non ammorbidita mi fa presagire.  E allo stesso tempo pentire di averla aperta. 5 o 6 anni davanti non glieli toglie nessuno. Intanto ha già profumo, gusto, carattere e una persistenza interminabile. Dov’è che avevo messo il biglietto da visita della account di Tenuta Cavallotto?

La delusione: Muffato della Sala 2008 – Marchesi Antinori. Quasi Tomasi di Lampedusa, nel senso che la prima immagine che ho è quella di grandi saloni dagli alti soffitti affrescati, tende damascate e nobildonne e nobiluomini nei loro vestiti pomposi. La bellezza di quel romanzo è sempre stata la velata e continua descrizione della decadenza monarchica e nobiliare, come lo scorrere inesorabile del tempo e della storia che ti lascia attaccato a quello che non c’è più. Il Muffato della Sala io l’ho visto così. Di una sofisticatezza assoluta, di un tempo antico e di una palpabilità a volte soffusa.

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