Karana Cantina di Gallura 2012 – Colli del Limbara IGT


Quando si incontrano due cose che mi piacciono, ho quasi il timore che il risultato della loro unione sia qualcosa che diminuisca il pregio delle componenti base. Stavolta sono in gioco il nebbiolo e la Sardegna, mica roba da niente.
Una fra le tante domande che metterebbero in difficoltà un aspirante sommelier AIS quale il sottoscritto è: “indicami le regioni italiane ove si coltiva nebbiolo”. Tutti a scrivere Piemonte, Valle d’Aosta (picoutener) e Lombardia (chiavennasca). Giusto, giustissimo, ma manca un pezzetto piccolo. Santo Luciano Mallozzi, che in epoca precedente al manicheo ostracismo AIS/FIS, mi ha sempre insegnato che il gossip conta. E il gossip stavolta racconta di una famiglia italiana, i Savoia, regnare sulla Sardegna e, indovinate un po’, esportare uno dei prodotti principe della loro regione di nascita: il nebbiolo.
Ma basta teorie, il vino è altro, soprattutto altro. Mi resta da raccontare che stasera la mia ricerca ha avuto fine. Quando mi hanno proposto un nebbiolo sardo ho finalmente pensato: eccoci, siamo alla resa dei conti.
Ed è stato un attimo a capire quello che i francesi hanno capito da tempo. Che il vino lo fa solo in minima parte il vitigno. Il vino lo fa il territorio, l’uomo, il clima. Insomma, loro sono bravi (i francesi, chapeau) e hanno anche inventato un termine: terroir. E noi no, ancora a parlare di varietalism, manco fossimo nati in Napa Valley.
Allora bevete questo vino e tutto sarà più chiaro di quanto possano esserlo semplici definizioni da libro AIS. E’ questo un uvaggio di nebbiolo (90%), sangiovese e Caricagiola 10%. Ed ‘ la più nitida definizione di terroir. Perché il nebbiolo non muta, ma si adatta, si conforma e prende il carattere del terreno ove è impiantato. Il nebbiolo in questo caso, un vitigno in genere.
E allora mettetelo da parte quel bouquet di viola appassita che vi aspettate, qui non lo troverete quel frutto carnoso, maturo, scuro. Lasciate parlare la Sardegna, di frutti rossi maturi e qualche nota mediterranea, ma soprattutto di terra e di affumicato. Miracolo! Hanno ragione i francesi. Poi ti può piacere o no, ma ti fa capire.
Se lo bevo pensando al Barolo, non lo bevo mai più questo vino, ma forse ne bevo pochi altri, oltre appunto al Barolo. Se lo bevo nascondendo l’etichetta invece, la cosa è diversa e poi può piacermi o meno. Ti mette un pò di tristezza, un senso di lascivia e di istantaneità temporale. E’ un 2012 questo, ma non da l’impressione di averne per molto. E’ già compiuto così, qualcuno direbbe limitato. Sicuramente lasciarlo per qualche anno lo farebbe eccessivamente spegnere.
Ha forse un pò troppo calore in confronto con il corpo che è in grado di esibire dopo un anno. Questo è l’unico difetto oggettivo che riesco a trovargli. Il resto è un esempio rarissimo di un vitigno “che se la tira” e che ha scelto questa magnifica regione come residenza estiva.
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